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Cosa sto facendo? Cammino
Categoria: Sui sentieri del mondo
Cosa sto facendo? Cammino
di Carlo Camarda
Comincia nel deserto australiano questa storia. Tra grandi monoliti che spuntano dal nulla, gruppi di hippie scalzi e un ex-operaio in pensione che gira a piedi, libero. Storie di vita e di uomini, in cammino
![]() In cammino nell'outback australiano |
"How many roads must a man walk down, before you call him a man?" (Bob Dylan)
Potrà essere curioso, ma l'idea di questa rubrica sulla Storia del camminare è nata all'interno di una Land Cruiser, un mostro a quattro ruote - sarebbe riduttivo chiamarla automobile - che divorava asfalto polveroso alla velocità di cento chilometri all'ora lungo le highway dell'outback australiano. In quel viaggio stavo accompagnando, come assistente, Antonio Politano, giornalista e fotografo freelance, per un reportage sulle tracce di Chatwin che avrebbe poi dato vita a un blog per Repubblica.it e a una mostra intitolata " A.bc" esposta prima al Palazzo Ducale di Genova e successivamente al Palazzo delle Esposizioni di Roma.
Quella mattina avevamo fatto una levataccia per fotografare prima dell'alba Uluru, il celebre monolite dai colori cangianti, quando il sole non era ancora sorto dietro la roccia, ma già creava un'aura azzurra attorno ad essa. Fatte le foto, partimmo di fretta diretti verso la "vicina" Alice Springs (in Australia cinquecento chilometri da percorrere in una lingua d'asfalto, doppia corsia, larga cinque-sei metri, sono considerati come una nostra passeggiata domenicale) dove avevamo un appuntamento alle undici. Un'ora dopo aver lasciato l'Uluru-Kata Tjuta National Park, eravamo nel bel mezzo del famoso nulla dell'outback australiano. Il grande monolite ormai era solo un ricordo che distava più di ottanta chilometri di bush australiano e altrettanti ne avremmo dovuti percorrere per incrociare il primo centro abitato: Mont Ebenezer Roadhouse, una delle centinaia di fattorie-pompadibenzina-bazar-bar-ristorante-motel, in poche parole oasi senza palme, che rendono possibile la vita a noi occidentali in mezzo all'immenso nulla australiano.
Hippie scalzi nel deserto
![]() Arrivo ad Alice Springs |
Erano più o meno le sei e mezza. Stava albeggiando. La macchina correva sulla Lasseter Highway. Il motore era l'unica musica d'accompagnamento di questa nostra erranza. La radio, ovviamente, non prendeva e noi, per tutto il viaggio, non siamo riusciti a fare un cd per rendere più gradevoli i nostri frequenti e lunghi spostamenti. Dopo un immenso rettilineo, si parò davanti a noi una curva - evento eccezionale per queste strade - voltammo e trovammo un gruppo di ragazzi che stava occupando il bordo nella nostra corsia. Erano sei, forse sette. Tutti vestiti hippie. Camminavano sul bordo dell'asfalto, saltando, ballando e cantando. Non avevano niente con loro. Solo i vestiti che avevano addosso. Tutti avevano i piedi scalzi.
Antonio piantò i freni, la macchina oscillò perdendo velocità. Ci guardammo. Che facciamo: ci fermiamo? Non lo so. Ma li hai visti quelli? C'è una luce bellissima. O loro o l'appuntamento ad Alice Springs. Lo sapevamo che se ci fossimo fermati non saremmo ripartiti in tempo. Cose da fotografi. Antonio alzò il piede dal freno e lo distese su quello dell'acceleratore. Continuammo ad andare. Giusto il tempo di un ultimo sguardo dagli specchi retrovisori e poi sparirono nel nulla geografico del ricordo, anche loro come Uluru.
Tra le tele degli aborigeni
![]() Le tinte rosso fuoco del monolite Uluru |
Ad Alice Springs arrivammo in orario. Avevamo un appuntamento con il direttore di un'associazione che aiutava l'inserimento sociale degli aborigeni. In poche parole li facevano dipingere tutto il giorno ("tanto a loro piace" parole del direttore) in cambio di cibo e di un luogo riparato dove stare. Ci avrebbero pensato i bianchi a vendere le loro opere d'arte. Ovviamente ai neri briciole, pardon la percentuale, ai bianchi tutto il resto.
Non mi piacque quel posto. Mi sembrò un misto fra un ospizio per anziani e un centro per ragazzi disabili; con la differenza che, in entrambi questi posti, le persone venivano trattate meglio. E mi piacque ancor meno il fatto che vedere questo schifo ci aveva fatto perdere l'occasione di parlare con quegli hippie che camminavano da soli in mezzo al deserto. Ma che ci facevano là? Come avevano fatto ad arrivare là. Soli. Senza macchina. A piedi. O meglio, a piedi nudi sull'asfalto. Antonio aveva guadagnato una buona foto di una signora aborigena che stava dipingendo una delle innumerevoli tele che avrebbe intitolato "My land".
Io invece mi dannavo l'anima per non esserci fermati a parlare con loro. Da dove erano sbucati fuori? Cosa stavano facendo? Come avevano intenzione di camminare sull'asfalto rovente appena il sole l'avrebbe riscaldato? Tutte domande perse nel vuoto che si aggrappavano al ricordo per cercare una risposta.
Foto album del deserto
![]() Le Devil Marbles, luogo sacro per gli aborigeni |
Dopo qualche giorno ad Alice Springs, la regina del deserto, il viaggio continuò. Lasciammo la piccola città per tornare sui nostri passi, anzi scusate sulle tracce dei nostri pneumatici. Risalivamo la Stuart Highway direzione Darwin. Ci fermammo per un pieno a Wauchope, pochi passi dalle celebri Devil Marbles, luogo sacro per gli aborigeni, monumento naturale per i turisti. Prendemmo un caffè e attaccammo bottone con Paddy, il tuttofare del Wauchope Hotel, mentre i suoi due Border Collies, Tod e Rover, ci scorrazzavano fra le gambe. Gli chiedemmo se gli andava che gli facessimo qualche foto con i suoi cani: "Of corse". Studiammo per un attimo la situazione. Trovammo una bella cornice per Paddy e Antonio si fece fuori quattro gigabyte di foto con la sua Nikon, mentre un team di tedeschi, intento a riparare una della macchine solari che stava partecipando alla World Solar Challange, ci guardava incuriosito. Salutammo Paddy. Prima di lasciarci andare ci disse: "Se avete fotografato me, sicuramente fotograferete ciò che incontrerete lungo la strada. È di gran lunga più interessante. Hi, mates".
Un uomo, un furgoncino e due cammelli
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Ci rimettemmo in macchina e partimmo incuriositi da ciò che ci aveva detto Paddy. Qualche chilometro percorso ai nostri cento orari di media e vedemmo spuntare dall'orizzonte tremolante dell'asfalto una figura gigantesca che camminava, piano.
Ci avvicinavamo a gran velocità e più ci avvicinavamo più la figura si andava definendo. Due cammelli trascinavano un vecchio furgoncino guidati da un anziano signore vagamente somigliante a Richard Farnsworth, il protagonista del film di Lynch "Una storia vera". Decelerammo e accostammo questa scena surreale invadendo la corsia opposta. Lo guardammo per una decina di secondi senza dire niente. Lui, il Richard Farnsworth dell'outback, non si girò. "Hey, hey". "Salve". "Cosa sta facendo?". "Cammino". "Possiamo farle qualche fotografia". "Fate pure". Accostammo la Land Rover al di là della corsia d'asfalto, nel bush.
Lo raggiungemmo a piedi. "Ciao". Non sapevamo bene cosa dire. Questa scena ci riportò subito in mente l'odissea narrata in "Orme" di Robyn Davidson, un'amica del fantasma che stavamo inseguendo. Negli anni Settanta, infatti, questa scrittrice australiana percorse a piedi mille e settecento miglia con quattro cammelli e un cane, attraverso il deserto australiano. In realtà mancavano due cammelli e un cane per riesumare la magica scenetta. Ci mettemmo a chiacchierare per scoprire qual era il motivo che lo spingeva a fare ciò che stava facendo.
Andare a piedi, libero
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Si chiama Klaus, ha sessant'anni. Da cinque anni viaggia a piedi per l'Australia: insieme a loro. Willy e Snowy, nove e otto anni. Li ha trovati per strada e li ha addomesticati. Ha trovato per strada anche Oskar, sei anni. "Chi è Oskar?". Ci disse di dare un'occhiata dentro il furgoncino. Sbirciammo. Dal nudo interno si affacciò un piccolo cane. Bene, pensammo, come non detto. Il cane c'era, mancavano solo altri due cammelli per ricreare le condizioni del viaggio della Davidson. Ma Klaus non è uno scrittore. A vent'anni si è trasferito dalla Germania in Australia perché "era bella e facile". In questo paese ha fatto l'operaio per trentacinque anni. Gli chiedemmo perché se ne andasse in giro così. "Perché ero stanco di avere qualcuno che mi dicesse sempre cosa fare; così ho lasciato tutto e ho cominciato ad andare, a piedi, libero". Antonio faceva fotografie. Io guardavo Klaus andare in silenzio con i suoi compagni di viaggio. Mi tornarono in mente il gruppo di giovani hippie vicino Uluru. Chissà dov'erano? Chissà dove andavano? Chissà perché andavano, camminando? (1/2/2010)
Anche il camminare ha una sua Storia
di Carlo Camarda
Un atto naturale come respirare o dormire, che spesso diamo quasi per scontato. Eppure camminare eretti è la prima grande conquista dell'umanità
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"La specie umana ha inizio con i piedi"
(Leroi Gouran)
La storia del camminare è la storia di tutti noi. Il tema del camminare non riguarda una ristretta cerchia di esperti e pensatori, ma l'intera specie umana. Tutti noi camminiamo.
La storia del camminare è una storia difficile da tracciare. È spesso una storia non scritta o, se lo è, la si può ritrovare difficilmente in innumerevoli passi di libri o di canzoni e allo stesso tempo nell'intimità delle avventure di ciascuno di noi.
Schegge di questo concetto le ritroviamo di continuo in ciò che leggiamo, nelle storie che sentiamo. In quanto atto naturale, il camminare si disperde nell'anonimato dei nostri ricordi.
L'alzarsi in piedi, lo spostarsi di qua e di là fanno parte delle doti più innate e prevedibili: le diamo per scontate nella loro quotidianità fisiologica. Come accade per il respiro, per il sonno, per la vista e per tutto quanto ci rende normali.
Camminare è l'atto volontario più vicino agli atti involontari del corpo. Come non ricordiamo il primo respiro, non ricordiamo il nostro primo passo e, come è impossibile dimenticarsi come si respira, è impossibile dimenticare come si cammina.
La fatica di ergerci sulle gambe
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Ormai da tanto tempo, camminare ci sembra l'emblema della nostra banalità, persino della povertà. Costellata da frasi pedagogiche quali, "bada dove metti i piedi", "impara a stare con i piedi per terra", "cammina a occhi aperti" e simili, l'educazione a camminare è diventata un'ingiunzione fin troppo fastidiosa quando ci viene imposto di rinunciare alle nostre protesi meccaniche - automobile e motorino - che tendono ad atrofizzare quanto ha sorretto e condotto nelle parti più impervie del pianeta l'intera umanità per millenni. Ci siamo dimenticati dell'importanza dei nostri arti inferiori. Ci siamo scordati di quali lotte con la natura, con gli animali e con noi stessi abbiamo affrontato per abbandonare la posizione animalesca a quattro zampe per ergerci sulle gambe, per assumere una postura bipede ed eretta. L'importanza di questa gesto viene ricordato in maniera mitologica persino in quello che viene considerato il primo poema epico della storia dell'umanità, l'Epopea di Gilgames.
Equilibrio instabile sull'orlo della caduta
![]() Anche i canguri sono bipedi ma più che camminare saltellano |
Camminare eretti è il primo segno distintivo di ciò che sarebbe diventato umanità. Secondo alcuni studiosi, il bipedismo è il meccanismo che ha regolato l'espansione del nostro cervello. In genere, il carattere di unicità dell'essere umano viene rappresentato in termini di coscienza. Eppure anche il corpo dell'uomo è diverso da ogni altra cosa sulla Terra e, in un certo senso, ha dato forma alla coscienza.
Non c'è niente che nel regno animale somigli a quella colonna di carne e di ossa sempre sul punto di cadere. Le poche altre specie a due zampe, come gli uccelli o i canguri, più che camminare saltellano e, inoltre, sono dotate di una coda o di altre strutture anatomiche che servono loro per restare in equilibrio.
Con le quattro zampe appoggiate sul terreno, i quadrupedi sono stabili quanto un tavolo, mentre gli esseri umani, in piedi su due gambe, sono in equilibrio instabile già prima di cominciare a muoversi. La deambulazione umana è di continuo sull'orlo della caduta. L'unica cosa che impedisce all'essere umano di cadere a faccia in giù è il movimento ritmico in avanti prima di una gamba e poi dell'altra.
La rivoluzione anatomica del corpo umano
![]() Le innumerevoli potenzialità del corpo umano |
Gli evoluzionisti, per lo più, proposero che le caratteristiche tipicamente umane - camminare, pensare, fare - si fossero originate insieme forse perché trovavano difficile o sgradevole immaginare una creatura che condividesse con noi soltanto una parte della nostra umanità. L'ipotesi contraria fu dovuta agli spettacolari ritrovamenti effettuati negli anni '50, '60 e '70 da Louis e Mary Leakey in Kenya, per lo più confermati dalla famosa scoperta di Donald Johanson, in Etiopia negli anni Settanta, dello scheletro di Lucy e dei fossili ad esso collegati. Il bipedismo era avvenuto prima ed era stato la causa del pensare e del fare umano.
Attualmente l'andatura eretta viene considerata lo spartiacque che la specie umana dovette attraversare per diventare ominide. Da questa postura derivano altre trasformazioni del nostro corpo, che ci rendono unici rispetto alle altre specie animali: come l'arco ben modellato della pianta del piede, le natiche, rotonde e sporgenti grazie al ben sviluppato e compatto "gluteus maximus", un muscolo di scarsa importanza per le scimmie, ma che è il più grande del corpo umano. Si passa poi allo stomaco piatto, alla vita flessibile, alla spina dorsale eretta, alle spalle basse, alla testa ben dritta in cima a un lungo collo. Insomma, un'autentica rivoluzione anatomica.
I primi passi di Lucy
![]() Esemplari di "Australopithecus afarensis" |
Sotto vari aspetti Lucy (come fu chiamato il piccolo scheletro di "Australopithecus afarensis", antico di tre milioni e duecentomila anni ritrovato in Etiopia nel 1974 e che, da alcuni dettagli fu supposto essere donna) somigliava ad una scimmia: il punto vita e il collo erano all'inizio del loro sviluppo, aveva le gambe corte, le braccia piuttosto lunghe e la cassa toracica a forma di imbuto tipica delle scimmie. Ma il suo bacino era ampio e profondo, e quindi doveva tenere un'andatura stabile, con le articolazioni delle anche ben separate che si assottigliavano verso le ginocchia, accostate come quelle umane e diverse da quelle degli scimpanzé (che, avendo le anche strette e le ginocchia separate, quando camminano in posizione eretta barcollano da una parte e dall'altra). Alcuni sostengono che Lucy corresse benissimo, ma camminasse male. Però camminava. Questo è certo.
In piedi, fuori dal regno animale
![]() Lo scheletro di Lucy |
Decine di scienziati hanno interpretato le sue ossa, ricostruito la sua carne, la sua andatura, la sua vita sessuale in decine di modi diversi e discusso se camminasse più o meno bene. Fu Lovejoy a pronunciare il verdetto canonico. Nel suo libro "Lucy: le origini dell'umanità", Johanson riferisce le parole di Lovejoy a proposito delle ossa trovate a Hadar in Etiopia, che l'autore gli aveva consegnato un anno prima: "Questa somiglia a una giuntura del ginocchio moderna. Questo nanerottolo era completamente bipede".
"Ma poteva camminare eretta?" insistetti. "Amico mio, poteva camminare eretta. Spiega ad essa che cosa è un hamburger e, nove contro dieci, ti batterà al ristorante più vicino".
L'andatura eretta non creò, ma rese possibile, l'insorgere dell'intelligenza. La deambulazione si può così considerare il fulcro della teoria dell'evoluzione umana. Essa rappresenta la trasformazione anatomica che ci ha sospinto fuori dal regno animale per farci giungere infine alla solitaria nostra condizione di dominatori della terra.
(08/02/2010)
Fonti:














